Articoli , pensieri e riflessioni sul celibato sacerdotale (o celibato ecclesiastico) e sulla castità come consiglio evangelico.
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sabato 19 gennaio 2013

VIRI PROBATI": UNA SOLUZIONE?



VIRI PROBATI": UNA SOLUZIONE?


Non poche volte nella storia bimillenaria della Chiesa taluni hanno portato alla ribalta la questione del celibato con argomentazioni pro e contro, in circostanze certamente diverse ma sempre in connessione con altri fattori, esterni o anche interni alla comunità ecclesiale. Vivendo la Chiesa e con essa i suoi ministri ordinati, vescovi, presbiteri e diaconi, nel mondo con l'arduo compito di permearlo e animarlo, risentono necessariamente dei fenomeni che lo agitano.
Da alcuni decenni si avvertono più sensibilmente: le trasformazioni rapide e soprattutto la svolta culturale, antropologica e tecnica con le sue conseguenze di omogeneizzazione della cultura e di un umanesimo planetario; la concentrazione industriale e il solco approfondito tra paesi poveri e paesi ricchi; il fenomeno migratorio su base internazionale, che dà vita ad un quarto mondo carico di problemi e bisognoso di non comune assistenza umana e spirituale; il decadimento del senso morale; il deterioramento del costume pubblico e privato; la perdita o l'affievolimento dei valori religiosi o del senso del sacro; la diffusione della secolarizzazione, della laicizzazione e dell'indifferentismo religioso; l'assenza di Dio nel pensiero di quanti si impegnano a costruire la città terrestre.
Non sono poi mancate incertezze di carattere teologico circa l'identità, lo stile di vita e l'attività pastorale, che già prima del Concilio Vaticano II avevano fatto ripiegare alcuni sacerdoti su se stessi e mettere in discussione la validità del celibato e auspicare una revisione del suo obbligo.


1.    Lottare per una "Chiesa libera, casta e universale"

Giovanni XXIII nell'Allocuzione rivolta al Sinodo romano il 2 gennaio 1960, alludendo alle critiche mosse al celibato, ribadì la posizione della Chiesa: «Quello che ci affligge particolarmente è il vedere ... alcuni [sacerdoti] lasciarsi andare a delle illusioni e immaginare che la Chiesa cattolica abbia intenzione o ritenga opportuno rinunciare alla legge del celibato ecclesiastico che è stato nel corso dei secoli e resta sempre l'ornamento splendente e radioso del sacerdozio ... Costituisce infatti un segno della vittoria di Cristo il lottare perché essa [la Chiesa] sia libera, casta e universale»[1][1].
Indetto il Concilio, da qualche Vescovo fu avanzata la proposta che il celibato fosse reso opzionale in tutta la Chiesa e si trattasse della possibilità di promuovere al sacerdozio uomini sposati di età avanzata, dotati di dottrina, pietà e di esemplare vita coniugale[2][2]. Questo ed altri pochi voti analoghi rappresentano compromessi e cedimenti che sino ad oggi, in forma diversa, sono stati richiamati in base a considerazioni di funzionalità pragmatica e di condizionamenti umani. La stragrande maggioranza dell'episcopato auspicava la conservazione del celibato nella sua interezza e chiedeva che ne fossero approfondite le basi teologiche, specie quelle bibliche e patristiche, mettendo in evidenza il rapporto vitale del sacerdote, in forza dell'ordinazione sacramentale, con Cristo e la sua opera salvifica, col popolo fedele, della cui santificazione è incaricato, e con tutti gli uomini per procurarne la salvezza. In questa luce andava visto il celibato, e non tanto come una legge basata su considerazioni storiche e disciplinari.
Dato il clamore suscitato dalla stampa per la notizia sparsasi che tre Vescovi, preoccupati per la scarsità del clero celibatario, avrebbero presentato degli interventi sul matrimonio dei sacerdoti nella discussione per il Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, il 10 ottobre 1965 Paolo VI comunicò al Cardinale Eugenio Tisserant, Presidente del Consiglio di Presidenza del Concilio, che non riteneva opportuno un dibattito pubblico su questo argomento così grave. Mentre egli stesso si sarebbe adoperato perché il celibato fosse sempre meglio osservato e reso convincente agli stessi sacerdoti, i Padri erano liberi di trasmettere per iscritto le loro osservazioni in proposito alla Presidenza[3][3].
Anche se il Concilio ammette la possibilità del conferimento del diaconato «col consenso del Romano Pontefice ... a uomini di matura età anche viventi in matrimonio»[4][4], prescrive che gli aspiranti al sacerdozio«che secondo le leggi sante e salde del proprio rito seguono la veneranda tradizione del celibato sacerdotale, siano diligentemente educati a questo stato nel quale, rinunziando alla vita coniugale per il regno dei cieli (cf. Mt 19,12) aderiscono a Dio con un amore indiviso, rispondente intimamente alla nuova legge, danno testimonianza della futura risurrezione (cf. Lc 20,36) e ricevono un aiuto grandissimo per l'esercizio di quella perfetta carità che li renderà capaci nel ministero di farsi tutto a tutti»[5][5].
Nel Decreto sul ministero e la vita sacerdotale (n. 16) il Concilio, oltre a precisare che la continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore «è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale», aggiunge che «certamente essa non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente dalla prassi della Chiesa primitiva e dalla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i Vescovi scelgono con l'aiuto della grazia di osservare il celibato, vi sono anche eccellenti presbiteri coniugati».
Intanto, dopo aver esposto le motivazioni cristologiche, ecclesiologiche, escatologiche e pastorali, il Concilio sottolinea che per motivi fondati sul mistero di Cristo e della sua missione, il celibato «dapprima raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto come una legge della Chiesa latina a tutti coloro i quali si presentano agli Ordini sacri». Perciò «torna ad approvare e confermare tale legislazione per quanto riguarda coloro che sono destinati al presbiterato» ed «esorta i presbiteri, i quali hanno liberamente abbracciato il sacro celibato seguendo l'esempio di Cristo e confidando nella grazia di Dio, ad aderirvi con decisione e con tutta l'anima e a perseverare fedelmente in questo stato, sapendo apprezzare questo dono meraviglioso che il Padre ha concesso e che il Signore ha così esplicitamente esaltato (cf. Mt 19,11) e avendo anche presenti i grandi misteri che in esso sono rappresentati e realizzati».
In questo documento conciliare, pur essendo esposte con chiarezza le motivazioni teologiche del celibato, si accenna appena al dato storico. Per favorire i rapporti ecumenici con le Chiese orientali[6][6] in riferimento a 1 Tm 3,2-5 e Tt 1,6, si riconosce l'esistenza di un clero sposato sin dai tempi apostolici, senza pronunciarsi sul fatto che, dopo l'ordinazione, fosse sempre stata richiesta la continenza agli uomini sposati e senza accennare alla continenza temporanea esigita dalle Chiese orientali ai sacerdoti sposati nei giorni della celebrazione eucaristica.
Approvando e confermando il celibato in senso stretto per i ministri ordinati vescovi, presbiteri e diaconi aspiranti al presbiterato nella Chiesa latina, il Concilio accantona la questione, sollevata dai testi dei primi tre secoli e di quelli posteriori, sull'origine apostolica della continenza richiesta agli sposati dopo l'ordinazione. Col dichiarare di non intendere «assolutamente modificare la disciplina diversa legittimamente in vigore nelle Chiese orientali» usa l'avverbio legittime per riferirsi genericamente alla disciplina di quelle Chiese, per cui non si può certo da esso dedurre un riconoscimento dell'anteriorità della loro disciplina rispetto a quella della Chiesa latina.
Va tenuto ben presente che il Concilio non disponeva ancora della conoscenza, scientificamente sicura, sulla vera tradizione del celibato nella Chiesa sia occidentale che orientale, né dell'approfondimento del sacerdozio cattolico e del celibato ad esso collegato, che sarà espresso nell'Esortazione Pastores dato vobis[7][7] di Giovanni Paolo II e nel Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri[8][8] della Congregazione per il Clero.






2.    Sacerdotalis caelibatus

Paolo VI, mantenendo la promessa fatta ai Padri conciliari, nell'Enciclica Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967), confutate le obiezioni sollevate contro il celibato obbligatorio, ne espone ampiamente le ragioni teologiche, spirituali, pastorali che lo esigono ancor oggi. Pur dando alcune indicazioni storiche, esorta piuttosto alla ricerca. In effetti, una indagine storica e più critica, come si vedrà più avanti, avrebbe fatto ben risaltare il profondo accordo del celibato, inteso in senso stretto, con la teologia esposta nell'Enciclica: «Il sacerdozio cristiano, che è nuovo, può essere compreso soltanto alla luce della novità di Cristo, Pontefice Sommo ed Eterno Sacerdote, il quale ha istituito il sacerdozio ministeriale come reale partecipazione al suo unico sacerdozio»[9][9].
Ora il Cristo, Mediatore e Sacerdote Eterno, «rimase per tutta la vita nello stato di verginità, che significa la sua totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini». Il vincolo fra sacerdozio e verginità in Cristo «si riflette in quelli che hanno la sorte di partecipare alla dignità e alla missione del Mediatore e Sacerdote Eterno, e tale partecipazione sarà tanto più perfetta, quanto più il sacro ministero sarà libero da vincoli di carne e di sangue»[10][10]. Paolo VI non si pronuncia sulla legislazione particolare delle Chiese orientali né la fa risalire ai tempi apostolici.
Intanto le polemiche circa il celibato non cessavano, per cui Paolo VI per mezzo del Segretario di Stato, Cardinale Amleto Cicognani, il 2 febbraio 1969 invitava le Conferenze Episcopali a non lasciarsi impressionare né suggestionare da tali correnti contestatrici e poneva responsabili interrogativi circa le conseguenze capovolgitrici che avrebbe la dissociazione tra il sacerdozio e il celibato nella vita del sacerdote stesso e dell'intera comunità ecclesiale, nella vita spirituale e in una pastorale che risponda realmente alle esigenze del mondo moderno. Enunciava infine un principio basilare da tenere sempre presente:
Essendo il ministero del sacerdote centrato sui valori religiosi da promuovere nella vita degli uomini, sul regno di Dio da costruire fin da quaggiù, è più che mai necessario, in un'epoca in cui l'umanità si mostra meno attenta alle realtà divine, offrirle questa testimonianza di fedeltà e d'amore, che non può certo ridursi al rispetto di una legge; la testimonianza del sacerdote che, per essere pastore con il Cristo e nel suo nome, per essere senza riserve al servizio dei fratelli, si offre interamente a Colui che lo ha scelto, a Colui che può e deve riempire la sua vita[11][11].
Alfa distanza esatta di un anno, addolorato per dichiarazioni fatte circa la riammissione all'esercizio del ministero di sacerdoti che si erano sposati, il Pontefice sentiva il dovere di riaffermare con chiarezza la norma del sacro celibato. Nello stesso tempo assicurava che non si dimenticava della questione postagli da Vescovi zelanti, attaccati ai valori eminenti del celibato nella Chiesa latina e ansiosi per le necessità del tutto particolari del loro ministero apostolico: «In una situazione di estrema carenza di sacerdoti ... e limitatamente alle regioni che si trovino in simile situazione: non si potrebbe forse considerare l'eventualità di ordinare per il sacro ministero uomini di età già avanzata, che abbiano dato nel loro ambiente testimonianza di una vita familiare e professionale esemplare?»[12][12].
Poi però il Pontefice aggiungeva «Non possiamo dissimulare che una tale eventualità solleva da parte Nostra gravi riserve. Non sarebbe, infatti, tra l'altro, un'illusione molto pericolosa il credere che un tale cambiamento della disciplina tradizionale potrebbe, nella pratica, limitarsi a casi locali di vera ed estrema necessità? Non sarebbe poi una tentazione, per altri, di cercarvi una risposta apparentemente più facile all'insufficienza attuale di vocazioni? In ogni caso le conseguenze sarebbero così gravi e porrebbero delle questioni talmente nuove per la vita della Chiesa, che dovrebbero, semmai, essere previamente e attentamente esaminate, insieme con Noi, dai Nostri Fratelli nell'Episcopato, tenendo conto, davanti a Dio del bene della Chiesa universale, che non si potrebbe disgiungere da quello delle Chiese locali».
3.    Il celibato al Sinodo dei Vescovi del 1971

La risposta delle Conferenze Episcopali fu espressa nel Sinodo dei Vescovi tenutasi dal 30 settembre al 6 novembre 1971. Unanimemente si ammise il legame fra sacerdozio e celibato come di grande convenienza per ragioni non di purezza rituale o di sola obbedienza legale, ma per motivi cristologici, ecclesiologici, escatologici, pastorali e pratici. Fu anche quasi unanime la determinazione di mantenere l'obbligo del celibato, «la cui profonda motivazione - affermava Mons. Paolo Giuseppe Schmitt, Vescovo di Metz, nella relazione del Circolo francese - risiede nella sequela Christi, compresa secondo il radicalismo del Vangelo. Gesù ha chiesto ai suoi apostoli di lasciare tutto per la missione. La vita apostolica implica l'esigenza di sacrificare tutto per il regno. Lo Spirito Santo ha fatto prendere progressivamente alla Chiesa la coscienza del legame esistenziale tra il discepolato, stato al quale il prete deve aderire, e il celibato sacerdotale»[13][13].
L'eventuale ammissione di uomini già sposati, forniti di doti particolari di onestà familiare e attività apostolica e perciò detti viri probati, veniva proposta al Sinodo soprattutto per ovviare alla carenza di clero, sotto varie condizioni, solo da alcuni membri di qualche Conferenza Episcopale. Una esigua minoranza di qualche episcopato ammetteva tale proposta unicamente per le regioni nelle quali fosse strettamente necessario. Molti furono contrari all'ammissione di viri probati al sacerdozio, perché costituirebbe un primo passo per la soppressione del celibato, in quanto una soluzione locale diventerebbe ben presto universale. Mentre non si risolverebbe il problema delle vocazioni, come consta dalle esperienze delle Chiese ortodosse e delle Comunità ecclesiali protestanti che hanno un clero sposato. Creerebbe poi due categorie di sacerdoti: quella di prima classe, cioè i sacerdoti celibi non intralciati nel loro ministero e un'altra di seconda classe, che per la famiglia porrebbe seri problemi anche sociali ed economici (mezzi per gli studi e la sistemazione di figli, eventuali vedove o orfani, stabilizzazione in parrocchie che diventano quasi vitalizie e persino ereditarie).
Mons. Aloisio Lorscheider, allora Vescovo di Santo Angelo, dimostrò non fondati i tre motivi pastorali per inculcare la necessità di ordinare uomini sposati:
- diritto alla celebrazione dell'Eucarestia: non è detto quante volte; la Chiesa obbliga, se possibile, solo una volta all'anno; essendo l'Eucaristia apice dell'evangelizzazione, non si dovrebbe ammettere ad essa una comunità insufficientemente evangelizzata;
- remissione dei peccati: in mancanza di sacerdoti la si può conseguire con l'atto di contrizione;
- apostolato specializzato: possono provvedervi catechisti, diaconi, laici ben preparati[14][14].
La tradizione orientale, che ammette all'ordinazione uomini già sposati ma non permette di contrarre matrimonio agli ordinati da celibi né ai vedovi di risposarsi, spesso richiamata nel dibattito, ha spinto i Padri a non affermare un nesso necessario tra sacerdozio e celibato. Però i Padri orientali hanno incoraggiato i confratelli latini a mantenere intatto l'obbligo del celibato.
I Padri delle Chiese dell'Africa e dell'Asia hanno sottolineato più volte l'apprezzamento dei rispettivi popoli per il celibato, confutando i gruppi di pressione che spesso affermano che l'inculturazione del Vangelo sarebbe resa difficile dall'osservanza del celibato in ambienti che ritengono grandi valori il matrimonio, la famiglia e la fecondità.
La proposizione : «La legge del celibato sacerdotale vigente nella Chiesa latina deve essere integralmente conservata» riscosse 168 placet; 10 non placet; 21 placet iuxta modum; 3 astensioni[15][15].
Non avendo trovato appoggio la proposta di rimettere alle Conferenze Episcopali la decisione di promuovere uomini sposati all'ordinazione presbiterale, furono votate due formule alternative.
-           La prima: «Salvo sempre il diritto del Sommo Pontefice, l'ordinazione presbiterale di uomini sposati non è ammessa neppure in casi particolari», ebbe 107 placet.
-           La seconda: «Spetta soltanto al Sommo Pontefice, in casi particolari, concedere per necessità pastorali, considerato il bene della Chiesa universale, l'ordinazione presbiterale di uomini sposati, di età matura e di comprovata probità», riscosse 87 placet.
Vi furono due astensioni e due voti nulli[16][16].
Si chiudeva così la discussione ampia e responsabile da parte dei rappresentanti dell'episcopato con una votazione inequivocabile.
Con il Rescritto del 30 novembre il Cardinale Jean Villot, Segretario di Stato, rese noto che il Santo Padre confermava «in modo particolare che, nella Chiesa latina, si continui ad osservare integralmente, col divino aiuto, la presente disciplina del celibato sacerdotale»[17][17].
In tale circostanza Roger Schütz, priore di Taizé, scriveva a Paolo VI:

il celibato, follia del Vangelo per gli uomini e annuncio del Regno che viene, animerà la Chiesa di Dio nella sua vocazione unica ad essere il sale della terra. Il celibato non è certo una via di facilità; per suo mezzo degli uomini donano a Cristo tutta la loro vita senza riservare una parte per il futuro; per suo mezzo ricevono compensi centuplicati, ma con persecuzioni vissute in una lotta interiore per coloro che Dio ha affidato ad essi. Lungi dal contraddire la santità del matrimonio cristiano, il celibato stimolerà dei cristiani a scoprire ciò che è specifico nella vocazione del laicato, ossia un sacerdozio regale deposto in ogni cristiano e che consiste nel vivere di Cristo per gli uomini. In tal modo questi cristiani porteranno più esplicitamente, in essi, una parte del ministero comune della Chiesa[18][18].

Queste parole di un luterano riformato sono indice della risonanza positiva dei paragrafi del documento sul Sacerdozio ministeriale dedicati al celibato nel suo fondamento, nella convergenza dei motivi che rendono necessaria la sua conservazione nella Chiesa latina e nelle condizioni che lo favoriscono.


4. Il celibato al Sinodo del 1990

A distanza di diciannove anni nel Sinodo (28 settembre - 27 ottobre 1990), dedicato alla "formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali", cioè di fronte alle sfide della fine del secondo millennio, si è registrato qualche ulteriore approfondimento del celibato nei suoi aspetti storici, teologici, pedagogici, ecc..
Nella relazione del Cardinale Camillo Ruini, al Circolo minore di lingua italiana, si legge:

Poiché nel Sinodo si sono manifestate e sono giunte all'opinione pubblica alcune voci diverse a proposito di viri probati, il Circolo ritiene necessario che il Sinodo, fin dal messaggio o testo conclusivo dei lavori, riaffermi in termini chiarissimi, anche se brevi, il pieno mantenimento del celibato sacerdotale (offrendone le motivazioni): ogni incertezza in proposito sarebbe infatti dannosa per i sacerdoti e il popolo di Dio, Quest'affermazione va fatta però in termini tali da non offendere in alcun modo la stima per il clero uxorato delle Chiese cattoliche di rito orientale[19][19].

Questa richiesta trovò piena attuazione nella Propostilo 11, che il Santo Padre ha riportato letteralmente nel n. 29 della sua Esortazione Pastores dabo vobis:
Ferma restante la disciplina delle Chiese orientali, il Sinodo, convinto che la castità perfetta nel celibato sacerdotale è un carisma, ricorda ai presbiteri che essa costituisce un dono inestimabile di Dio per la Chiesa e rappresenta un valore profetico per il mondo attuale. Questo Sinodo nuovamente e con forza afferma quanto la Chiesa latina e alcuni riti orientali richiedono, che cioè il sacerdozio venga conferito solo a quegli uomini che hanno ricevuto da Dio il dono della castità celibe (senza pregiudizio della tradizione di alcune Chiese Orientali e dei casi particolari di clero uxorato proveniente da conversioni al cattolicesimo, per il quale si dà eccezione nell'Enciclica di Paolo VI n. 42). Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'ordinazione sacerdotale nel rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio, così che il celibato sia visto come arricchimento positivo del sacerdozio.


5.    Ancora proposte per il conferimento del celibato a "viri probati"

I limiti di spazio non mi permettono di entrare nell'approfondimento di questa rinnovata e inequivocabile dichiarazione, la cui genesi appare chiaramente dall' escursus sintetico da me fatto sul problema dei viri probati sin dall'indizione del Concilio Vaticano II. Del resto, già innumerevoli studi hanno toccato i vari aspetti del sacerdozio nelle sue dimensioni costitutive e nei suoi molteplici aspetti e connessioni.
Purtroppo ancor oggi non mancano opuscoli e fogli volanti che, partendo da principi funzionalistici, democraticistici, sociologistici e secolaristici, attaccano esplicitamente il celibato, ma la mira di alcuni è forse la realtà stessa del sacerdozio, ridotto a semplice funzione revocabile in qualsiasi momento da parte dell'individuo o dell'autorità ecclesiale.
In questi ultimi trent'anni i mezzi della comunicazione sociale, non si sa se con intenti di promozione evangelica, hanno attirato l'attenzione sulla crisi numerica e spirituale dei sacerdoti. Si sottolinea con enfasi che, mentre aumentano le parrocchie sprovviste di sacerdoti e altri settori di apostolato sono trascurati e insufficientemente curati per carenza di ministri ordinati, si riduce in maniera impressionante il numero dei candidati al sacerdozio.
La guida pastorale nei paesi tradizionalmente cattolici e ancor più negli sterminati campi di evangelizzazione missionaria, ne risentirebbe fortemente e senza spiragli di miglioramento per il futuro. Di qui il ritorno, a ritmo più o meno serrato, della questione dei viri probati da ammettere al sacerdozio, pur essendo già vincolati al matrimonio.
Senza difficoltà si riconosce il carattere evangelico del carisma del celibato e il suo valore di connessione pastorale col sacerdozio per il servizio al mondo, come segno di totale dedizione a Dio e di disponibilità agli uomini, per cui occorrerebbe svilupparlo e approfondirlo affinché il popolo di Dio ne comprenda tutta la portata.
Però si fa subito presente che non è riconoscibile chiaramente la spontaneità dell'accettazione del celibato, imposto al sacerdote con legge positiva. La sua scelta libera dopo matura riflessione renderebbe invece maggiormente disponibili all'annuncio del Vangelo. L'imposizione del celibato risentirebbe di spiritualismo disincarnato o di disprezzo della sessualità o di misoginismo.
Da una parte poi, prendendo le mosse da casi difficili e dolorosi, li si generalizza; dall'altra si contrappone alla prassi celibataria obbligatoria della Chiesa Latina la prassi di alcune Chiese Orientali cattoliche che ammettono il sacerdozio uxorato. La causa di alcune defezioni nelle file del clero e la chiusura a eventuali candidati al sacerdozio sarebbe ancora il celibato, che priverebbe la Chiesa Latina di elementi preziosi per la cura pastorale, specie nel settore familiare, pedagogico, professionale e morale, in cui sacerdoti sposati porterebbero il contributo della loro specifica esperienza.


6.    Crisi vocazionale

Ed ora solo degli accenni di risposta, a cominciare dalle ultime affermazioni, di cui non reggono le premesse e tanto meno le conseguenze che se ne traggono.
È innegabile che in alcuni paesi cattolici, specie dell'Europa occidentale e dell'America del nord, si è verificato un sensibile calo numerico dei sacerdoti. Però il celibato è stato soltanto una delle cause che hanno determinato alcuni di loro ad abbandonare il ministero. Va tenuto presente che la prassi di ritirarsi da incarichi di diretta responsabilità in età avanzata non esime il sacerdote, che non è equiparabile ad un funzionario, dall'esercitare ancora il ministero nei limiti consentitigli dalle sue forze.
A casi difficili o dolorosi fa poi riscontro «la testimonianza offerta dalla stragrande maggioranza dei sacerdoti che vivono il proprio celibato con libertà interiore, con ricche motivazioni evangeliche, con fecondità spirituale, in un orizzonte di fedeltà convinta e gioiosa alla propria vocazione e missione»[20][20].
Uno studio statistico effettuato nel 1985 con tremila sacerdoti dimostrò che «l'80% di quelli che avevano abbandonato il ministero dopo il Concilio tra i 30 e i 70 anni di età, attribuivano la loro decisione al vuoto e alla solitudine del cuore, piuttosto che alle esigenze sessuali»[21][21].
Fino a pochi anni fa in alcune zone si ebbero poche ordinazioni, per cui ci si preoccupava di non avere sacerdoti giovani sufficienti per farli subentrare a quanti morivano, si ammalavano, avevano lasciato totalmente il ministero, o si erano ritirati da quello "attivo". Però anche ivi si è già verificato un lento, ma costante incremento di ordinazioni e di vocazioni.
Inoltre, in Africa, Asia, America centrale e meridionale, l'aumento di ordinazioni, prima mantenutosi costante, si è ora notevolmente elevato. Lo stesso si verifica nell'Europa orientale. L'abbondanza di vocazioni in alcune zone e la carenza in altre non dipende certamente dal celibato, vigente in tutte queste nazioni, ma da altri fattori, che hanno incidenze diverse in aree differenziate. Anche se occorrerà ancora qualche tempo per potere verificare il ritmo della crescita delle vocazioni, va sottolineato che il numero volutamente limitato di figli porta i genitori a distoglierli dall'aspirare al sacerdozio. Del resto la crisi vocazionale si verifica soprattutto tra gli anglicani, in cui non vige il celibato neppure per i vescovi, e fra gli stessi pastori protestanti in genere, che pure sono liberi di formarsi una famiglia.
Una constatazione assume un'evidenza palmare: anche in Europa e nel Nord America le vocazioni fioriscono dove si cura una teologia corretta ed aggiornata, una profonda vita ascetica, una disciplina motivata e lo spirito apostolico. Basta a tal proposito osservare senza pregiudizi alcuni seminari e istituti di vita consacrata.
Per rispondere alle sfide ed esigenze del mondo contemporaneo che ha bisogno di una nuova evangelizzazione, anziché lasciarsi assimilare dall'ambiente con compromessi e cedimenti, la comunità ecclesiale e i suoi ministri devono, sotto l'impulso dello Spirito, seguire Cristo con radicalità e generosità incondizionate. Gli stessi giovani, anche psicologicamente, sono attirati non da ciò che è facile e blandisce le loro passioni, ma da quanto li aiuta a vivere la grandezza e la dignità del proprio essere. Solo nella convinzione che il Signore non lascerà mai il suo popolo senza pastori che lo radunino e guidino (cf. Ger 3,15), essi non saranno tutti sordi alla voce di Colui che li invita ad abbandonare ogni cosa per essere, sempre e comunque, tutti di Dio e, quindi, degli uomini.
Comprenderanno allora che proprio per questo Cristo, consacrato dal Padre Sommo ed Eterno Sacerdote, assumendo una natura umana perfetta ed elevando il matrimonio a dignità di sacramento, scelse, contrariamente al suo contesto socio-culturale, lo stato di perfetta verginità. Congiunse così armoniosamente ed intimamente tale condizione con la missione affidatagli di mediatore fra cielo e terra, offrì al Padre il suo amore totale ed esclusivo fino all'immolazione e si dedicò, senza limitazione alcuna, al compimento dell'opera redentrice.
Colui che, affascinato da Cristo, ascolta la sua chiamata, si pone alla sua sequela e si lascia configurare a Lui come Capo e Sposo della Chiesa, con la partecipazione del suo sacerdozio, accetta liberamente i connotati essenziali ed esistenziali di questo dono per agire in persona Christi.


7.    Conformazione al Cristo Sposo

L'identità del sacerdote non sta in un semplice autoriferimento a Cristo, ma in un rapporto vivo con Colui che lo consacra e invia come Egli stesso fu consacrato e inviato dal Padre (Gv 10,36) con la Chiesa-popolo di Dio, nella quale esercita il suo ministero, col mondo a cui deve portare il messaggio della salvezza.
Al n. 22 dell'Esortazione Pastores dabo vobis si mette in risalto nel Signore la duplice immagine del Pastore-Sposo, «il quale ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,29). Il rapporto tra Cristo e la sua Chiesa assume il grado più elevato di intimità, mutua appartenenza ed esclusività sponsale. Infatti «la Chiesa è sì il corpo di Cristo, nel quale è presente e operante Cristo Capo, ma è anche la Sposa, che scaturisce come nuova Eva dal costato aperto del Redentore sulla croce: per questo Cristo sta davanti alla Chiesa, la nutre e cura (Ef 5,2) con il dono della sua vita per lei».
In forza dell'ordinazione sacramentale, «il sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa: certamente egli rimane sempre parte della comunità credente, insieme a tutti gli altri fratelli e sorelle convocati dallo Spirito, ma in forza della sua configurazione a Cristo Capo e Pastore si trova in tale posizione sponsale di fronte alla comunità. In quanto ripresenta Cristo Capo, Pastore e Sposo della Chiesa, il sacerdote è posto non solo nella Chiesa, ma anche di fronte alla Chiesa ... La sua vita deve essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale».
Gesù si presenta inoltre come Pastore che cammina "innanzi" (Gv 10,4) alle sue pecorelle e come l'unica loro "porta" (Gv 10,7), indicando in maniera inequivocabile il suo rapporto di unicità ed esclusività con esse.
L'ordinazione sacramentale plasma per sempre e indelebilmente l'essere e l'agire del sacerdote. Perciò può attualizzare il mistero di Cristo con la parola, i sacramenti e la guida pastorale. Deve quindi essere ed agire come Cristo, unico Mediatore, Sposo e Capo, e offrirsi in ogni istante, specie nella celebrazione eucaristica, in maniera totale ed indivisa. Dalla sua conformazione a Cristo, dal suo rapporto essenziale col corpo eucaristico e mistico del Signore, e dal suo invio a tutta l'umanità sgorga la massima convenienza ed attualità del celibato, indipendentemente da mode transeunti, opinioni di massa o interpretazioni sociologiche.
Certamente il dono del sacerdozio come quello dei carismi, in particolare quello del celibato, viene comunicato da Cristo al singolo per la Chiesa e la sua missione nel mondo. La comunità dei credenti nella sua totalità, già nei primi tre secoli, ha trovato conveniente unire il dono carismatico del celibato alla sacramentalità del sacerdozio neo-testamentario, che trascende quello vetero-testamentario ed ogni concezione puramente culturale.
Il celibato ecclesiastico ha anche una dimensione escatologica, perché testimonia la futura risurrezione[22][22] e diventa «segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio»[23][23].


8.    Fondamento biblico del celibato

I brani di Mt 19,12 sul celibato "per il regno dei cieli", di I Cor 7,32, in cui si parla di coloro che sono chiamati a consacrarsi al Signore e alle sue "cose", e anche quelli citati da Paolo VI nell'Enciclica Sacerdotalis caelibatus[24][24] riguardano di per sé l'ideale tipicamente cristiano del celibato in generale, che è vissuto anche dai religiosi, dalle persone consacrate nel mondo. Però, nota giustamente Ignazio de la Potterie[25][25] che si può cogliere il fondamento biblico di tale nesso se si valutano meglio «i testi in cui viene proposta la norma paolina dell’unius uxoris vir».

Christian Cochini[26][26] e Alfonso Maria Stickler[27][27] ed altri hanno sottolineato che la clausola paolina è stata una delle principali basi per ribadire l'origine apostolica dell'obbligo del celibato sacerdotale sancito più tardi, nel IV secolo.
A partire da qui de la Potterie, dopo ampia e documentata analisi sull'uso della formula paolina, conclude che è diventato sempre più chiaro nella tradizione dei primi tre secoli che gli uomini sposati, accettando il ministero di vescovo, presbitero o diacono, dovevano astenersi dai rapporti sessuali con la propria consorte. Essendo la formula unius uxoris vir usata nella Chiesa primitiva solo per i chierici maggiori, "prevaleva così, oltre il senso immediato dei rapporti coniugali, un senso nuovo, mistico, un collegamento diretto con le nozze spirituali di Cristo e della Chiesa. Questo lo insinuava già Paolo; per lui unius uxoris vir era una formula di Alleanza: introduceva il ministro nella relazione sponsale tra Cristo e la Chiesa; per Paolo, la Chiesa era una vergine pura , era la Sposa di Cristo. Ma questo collegamento tra il ministro e Cristo, essendo dovuto al sacramento dell'ordinazione, non richiede più oggi, come supporto umano del simbolismo, un vero matrimonio del ministro; perciò la formula vale tuttora per i sacerdoti della Chiesa, benché non siano sposati; quindi, ciò che nel passato era la continenza per i ministri sposati diventa nel nostro tempo il celibato di quelli che non lo sono. Però il senso simbolico e spirituale dell'espressione unius uxoris vir rimane sempre lo stesso. Anzi, poiché contiene un riferimento diretto all'Alleanza, ossia al rapporto sponsale tra Cristo e la Chiesa, ci invita a dare oggi, molto più che nel passato, una grande importanza al fatto che il ministro della Chiesa rappresenta Cristo-Sposo di fronte alla Chiesa-Sposa. In questo senso il sacerdote deve essere l'uomo di una sola donna, ma quell'unica donna, la sua sposa, è per lui la Chiesa che ... è la sposa di Cristo»[28][28].
           

9.    Continenza e celibato in Occidente e in Oriente nei primi tre secoli

In coerenza con i risultati raggiunti da Christian Cochini[29][29], da Roman Cholij[30][30], da Enrico Cattaneo[31][31] e da altri, Stefan Heid[32][32] ha sottolineato come dalla continenza esigita dai ministri sposati[33][33] si lasciano spiegare nel secondo e terzo secolo: la monogamia, la promozione del celibato permanente, che non deriva affatto dalle prescrizioni purificali del vecchio testamento, ma dall'offerta che si compie in nome di Cristo del Sacrificio eucaristico, memoriale della Nuova Alleanza, a cui, come già sosteneva Origene[34][34], deve corrispondere l'offerta totale del proprio essere ed agire; infine la non contrapposizione tra il matrimonio, la continenza dopo l'ordinazione e il celibato in senso stretto. La prima regolazione del celibato con i Canoni ecclesiastici degli apostoli e col Concilio di Elvira resterebbe inconcepibile e incomprensibile se non ci fosse stata la disciplina della continenza generalmente diffusa e accettata in Occidente come in Oriente.


Testi di Epifanio da Salamina, di Girolamo, Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto da Ciro ecc., provano o almeno presuppongono tale continenza[35][35], e fanno persino constatare la tendenza al clero celibatario e la preferenza per candidati celibi[36][36]. Gregorio di Nazianzio, Gregorio di Nissa, Cirillo di Gerusalemme, Sinesio e i Canoni di Ippolito parlano chiaramente dell'esistenza effettiva della vita celibataria anche nel clero d'Oriente[37][37]. Lo stesso è provato per l'Africa del nord, la Spagna, l'Italia e le Gallie.
Mentre è ben nota l'azione dei papi per la promozione del celibato in Occidente, Giustiniano col suo Codice lo mantiene nella sua forma originaria in Oriente[38][38]. Il Sinodo Quinisesto o Trullano del 691, mentre si rifà a Giustiniano nell'esigere dai vescovi la continenza assoluta e la separazione definitiva dall'eventuale consorte, consente ai sacerdoti, diaconi, di aver rapporti coniugali eccetto durante il periodo di servizio all'altare.
L'unità della disciplina celibataria vigente fino ad ora in tutta la Chiesa è così infranta, ma il fatto di obbligare ancor oggi al celibato i vescovi che hanno l'apice e la pienezza del sacerdozio, di non permettere il matrimonio ai presbiteri e ai diaconi dopo l'ordinazione, né un secondo matrimonio in caso di vedovanza, afferma l'Arcivescovo Juilianus Voronovsky, «dimostra chiaramente e conferma la stima che gode il celibato in Oriente»[39][39]. Non si può inoltre sorvolare che nelle stesse Chiese orientali un gran numero di aspiranti al sacerdozio sceglie il celibato proprio per la stima che se ne ha.


10.   Radicalità della vita sacerdotale

La Chiesa latina, pur rispettando il principio della volontarietà proprio della cultura orientale, ha sempre inserito il sacerdozio nell'ambito della radicalità evangelica, della povertà, castità e obbedienza. Tale radicalità descrive, anche se non nella modalità della vita consacrata, non «un'esistenza individualistica», ma il segno e «la vita che persegue un'apertura che va oltre i confini»[40][40] della permanenza sulla terra e anticipa la decisione che inevitabilmente, al più tardi prima della morte, si deve necessariamente prendere. Così per il dono del celibato che Gesù offre al sacerdote, questi non è isolato né allontanato dal mondo ma, secondo una visuale di fede, è pienamente incarnato , inserito nella storia e in comunione con tutti. Nello stesso tempo è in grado di richiamare ad ognuno che la vita umana va al di là del suo limitato compimento quaggiù, e alla Chiesa pellegrinante la sua indole escatologica e la sua unione con la Chiesa celeste[41][41].
Purtroppo, in una società in larga parte non più improntata ai valori e comportamenti cristiani, la sessualità ha assunto un significato fondamentalmente alterato, tanto che, già nelle prime fasi di sviluppo, appaiono normali modi di sentire e di comportarsi non affatto favorevoli a scelte di vita quali il matrimonio o il celibato consacrato o sacerdotale. Non si ha quindi una visione positiva della sessualità e non si orienta la gioventù ad una matura vita sentimentale che deve sbocciare e crescere nella sua autentica purezza.
Per di più nelle parrocchie, nei gruppi giovanili di diverso genere e orientamento, non sempre il sacerdote e l'educatore affrontano tale argomento con sufficiente profondità e chiarezza. I giovani vanno illuminati sulla non contrapposizione tra matrimonio e celibato, che ambedue sono forme fondamentali dell'amore di Dio e quindi interdipendenti, perché ogni cristiano vive la sua fede sempre e solo come una partecipazione alla missione di Cristo attualizzata dalla Chiesa nella storia. «Ciascuno dei due modelli di vita - nota Karl Hillenbrand - ha bisogno del complemento dell'altro: lo sposato ha bisogno della testimonianza del celibe, perché sia avvertibile come l'amore di Dio vada oltre la dimensione individuale. Il celibe a sua volta, nella sua forma di vita, dipende dalla testimonianza del matrimonio cristiano, in cui si rivela che Dio si lega concretamente e rende sperimentabile in modo irrevocabile il suo affetto per il mondo nell'amore tra due persone»[42][42]. Alla luce della fedeltà di Dio va superata la diffusa paura di stringere vincoli stabili. Il cristiano non deve cedere al pessimismo circa la propria costanza, perché, in Gesù, Dio si lega definitivamente alla sua vita, sia nell'una come nell'altra scelta.
Bisogna anche far vedere ai giovani che il legame tra sacerdozio e celibato non è semplice tradizione e tanto meno obbligo imposto autoritativa-mente dall'esterno con pericolo di sminuire lo sviluppo psichico, creare traumi e scissioni interiori e dare adito a dolorose infedeltà. Esso fluisce coerentemente dallo stile di vita di Gesù testimoniato dalla Rivelazione, da cui sono nati impulsi per determinate attuazioni. Ora Gesù, che si è donato una volta per sempre all'intera Chiesa e si rivolge, attraverso di essa, con amore a tutta l'umanità, nel popolo di Dio ha costituito il ministero sacerdotale. Lo stile di vita dei ministri, che deve riflettere quello del Maestro, che ha scelto la castità nel celibato, si è concretizzato nella tradizione anche con il celibato, senza affatto contraddire il dato rivelato e svilire il valore sacramentale del matrimonio.
Né si può dire che la scissione tra sacerdozio e celibato farebbe risaltare meglio il carisma del celibato, che sarebbe scelto in piena libertà. Infatti vi è interdipendenza tra istituzione e carisma, e la libertà è attuata dal singolo sempre in condizioni storico-sociali e con presupposti istituzionali. Nella Chiesa l'autorità conferita da Cristo stesso agli apostoli e ai loro successori non può contraddire il carisma, che è dono dello Spirito Santo, ma deve regolarlo per sottolinearne l'importanza per l'intera comunità ecclesiale e umana, e creargli lo spazio per il suo riconoscimento come dono di grazia.
Essendo il celibato secondo il nuovo testamento una delle forme più importanti della sequela di Cristo, sarebbe incongruo non vederlo praticato da quelli che, conformati a Cristo con l'ordinazione, non testimonino che la Chiesa fa costante riferimento a Cristo come suo unico Sposo. Il legame istituzionale tra vocazione al ministero e carisma del celibato, di cui la Chiesa occidentale e orientale ha preso coscienza sin dagli inizi, non solo non viola la libertà, ma indica che la missione può essere confermata di nuovo sul piano personale sempre e solo con l'aiuto di determinati carismi.
La proposta di ordinare uomini sposati o viri probati, che ancora taluni si ostinano ad avanzare per l'attuale scarsità di sacerdoti, in alcuni luoghi, va esaminata piuttosto nella presente situazione di illanguidimento o estinzione di fede, che esige una nuova evangelizzazione. La scarsità di clero, laddove si verifica, obbliga ad una pastorale vocazionale, la quale tenga conto che ogni vocazione al sacerdozio, al pari di ogni vocazione cristiana, «è la storia di un ineffabile dialogo fra Dio e l'uomo, tra l'amore di Dio che chiama e la libertà dell'uomo che nell'amore risponde a Dio»[43][43], vissuto però non in modo individualistico e intimistico. «La crisi delle vocazioni ha profonde radici nell'ambiente culturale e nella mentalità e prassi dei cristiani»[44][44], per cui «è più che mai necessaria una evangelizzazione che non si stanchi di presentare il vero volto di Dio, il Padre che in Gesù Cristo chiama ciascuno di noi, e il senso genuino della libertà umana quale principio e forza del dono responsabile di se stessi. Solo così saranno poste le basi indispensabili perché ... la vocazione sacerdotale possa essere percepita nella sua verità, amata nella sua bellezza e vissuta con dedizione totale e con gioia profonda»[45][45].
Ora tale dedizione va realizzata esistenzialmente, in unità di culto e vita, soprattutto in vista della celebrazione eucaristica, che è attualizzazione dell'offerta sacrificale di Cristo per unificare i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,52). In questo contesto il servizio prestato nel celibato non si isola in una dimensione di autonomia senza collegarsi a tutti i membri della Chiesa e all'intera umanità. Ad ovviare, per il momento, alla privazione della celebrazione eucaristica per alcune comunità, è da promuovere lo scambio generoso di sacerdoti tra Chiese particolari che ne hanno in abbondanza e quelle che ne scarseggiano e utilizzare i diaconi i ministri istituiti, perché si possa ascoltare la parola di Dio e ricevere il corpo del Signore già consacrato da presbiteri celibi. L'ordinazione sacerdotale di uomini sposati, oltre a toccare la visione globale del sacerdozio, complica, piuttosto che risolvere problemi pastorali, perché, fra l'altro, non potrebbe prescindere da vincoli familiari ineludibili, importerebbe ulteriori decisioni e dati tali da creare forti pressioni per più ampi cedimenti.
Conserva tutta la sua attualità ciò che disse il 17.11.1980 Giovanni Paolo II a sacerdoti e chierici nella cattedrale di Fulda durante la sua visita in Germania:

L'amicizia con Gesù Cristo, questo è il motivo più profondo per cui è così importante per il sacerdote una vita di celibato, totalmente nello spirito dei consigli evangelici. Avere il cuore e le mani libere per l'amico Gesù Cristo, essere totalmente disponibili e portare il suo amore a tutti, questa è una testimonianza che in un primo momento non viene compresa da tutti. Ma se offriamo questa testimonianza dal di dentro, se la viviamo come forma esistenziale dell'amicizia per Gesù, crescerà di nuovo nella società anche la comprensione per questa forma di vita che è fondata nel Vangelo[46][46].