Articoli , pensieri e riflessioni sul celibato sacerdotale (o celibato ecclesiastico) e sulla castità come consiglio evangelico.
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sabato 11 gennaio 2014

Giovanni Paolo II sul celibato ecclesiastico




 

Significato del celibato

8. Permettete che qui tocchi il problema del celibato sacerdotale. Lo tratterò sinteticamente, perché è stato già preso in considerazione in modo profondo e completo durante il Concilio e, in seguito, nell'Enciclica «Sacerdotalis Caelibatus», e ancora durante la sessione ordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1971. Tale riflessione si è dimostrata necessaria sia per presentare il problema in modo ancor più maturo, sia per motivare ancor più profondamente il senso della decisione, che la Chiesa Latina ha assunto da tanti secoli e alla quale ha cercato di essere fedele, desiderando mantenere anche nel futuro questa fedeltà. L'importanza del problema in questione è così grave e il suo legame col linguaggio dello stesso Vangelo così stretto, che non possiamo in questo caso pensare con categorie diverse da quelle di cui si sono serviti il Concilio, il Sinodo dei Vescovi e lo stesso grande Papa Paolo VI. Possiamo soltanto cercare di comprendere questo problema più profondamente e di rispondervi in modo più maturo, liberandoci sia dalle varie obiezioni, che sempre - come avviene anche oggi - sono state sollevate contro il celibato sacerdotale, sia dalle diverse interpretazioni che si riferiscono a criteri estranei al Vangelo, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa; criteri, aggiungiamo, la cui esattezza e fondatezza «antropologica» si rivelano molto dubbie e di valore relativo.
Non dobbiamo, del resto, meravigliarci troppo di tutte queste obiezioni e critiche che, nel periodo postconciliare, si sono intensificate e che qua e là sembra si vadano oggi attenuando. Gesù Cristo, dopo aver presentato ai discepoli la questione della rinuncia al matrimonio «per il regno dei cieli», non ha forse aggiunto quelle parole significative: «Chi può intendere, intenda» (Mt 19,12)? La Chiesa Latina ha voluto e continua a volere, riferendosi all'esempio dello stesso Cristo Signore, all'insegnamento apostolico e a tutta la tradizione che le è propria, che tutti coloro i quali ricevono il sacramento dell'Ordine abbraccino questa rinuncia per il regno dei cieli. Questa tradizione, però, è unita al rispetto verso tradizioni differenti di altre Chiese. Difatti, essa costituisce una caratteristica, una peculiarità e una eredità della Chiesa cattolica Latina, alla quale questa deve molto e nella quale è decisa a perseverare, nonostante tutte le difficoltà, a cui una tale fedeltà potrebbe essere esposta, e malgrado anche i vari sintomi di debolezza e di crisi di singoli Sacerdoti. Tutti siamo coscienti che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (cfr. 2Cor 4,7); tuttavia, sappiamo bene che esso è appunto un tesoro.
Perché un tesoro? Vogliamo forse con ciò sminuire il valore del matrimonio e la vocazione alla vita familiare? Oppure soccombiamo al disprezzo manicheo per il corpo umano e per le sue funzioni? Vogliamo forse in qualche modo deprezzare l'amore, che conduce l'uomo e la donna al matrimonio e alla coniugale unità del corpo, per formare così «una carne sola» (Gen 2,24; Mt 19,6)? Come potremmo pensare e ragionare in tale modo, se sappiamo, crediamo e proclamiamo, seguendo san Paolo, che il matrimonio è un «mistero grande» in riferimento a Cristo e alla Chiesa? (cfr. Ef 5,32). Nessuno, però, dei motivi con cui alle volte si cerca di «convincerci» circa l'inopportunità del celibato corrisponde alla verità, che la Chiesa proclama e che cerca di realizzare nella vita mediante l'impegno, a cui si obbligano i Sacerdoti prima della sacra Ordinazione. Il motivo, invece, essenziale, proprio e adeguato è racchiuso nella verità che Cristo ha dichiarato, parlando della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli, e che san Paolo proclamava, scrivendo che ognuno nella Chiesa ha il suo proprio dono (cfr. 1Cor 7,7). Il celibato è appunto «dono dello Spirito». Un simile, benché diverso, dono è contenuto nella vocazione al vero e fedele amore coniugale, diretto alla procreazione secondo la carne, nel contesto così grande del sacramento del matrimonio. E' noto come questo dono sia fondamentale per costruire la grande comunità della Chiesa, Popolo di Dio. Se però questa comunità vorrà rispondere pienamente alla sua vocazione in Gesù Cristo, sarà necessario che in essa si realizzi, in proporzione adeguata, anche quell'altro «dono», il dono del celibato «per il regno dei cieli» (Mt 19,12).
Per quale ragione la Chiesa cattolica Latina collega questo dono non soltanto alla vita delle persone che accettano lo stretto programma dei consigli evangelici negli Istituti Religiosi, ma anche alla vocazione al sacerdozio insieme gerarchico e ministeriale? Lo fa perché il celibato «per il regno» non è soltanto un segno escatologico, ma ha anche un grande significato sociale, nella vita presente, per il servizio al Popolo di Dio. Il Sacerdote, attraverso il suo celibato, diventa l'«uomo per gli altri», in modo diverso da come lo diventa uno che, legandosi in unità coniugale con la donna, diventa anch'egli, come sposo e padre, «uomo per gli altri» soprattutto nel raggio della propria famiglia: per la sua sposa, e insieme con essa per i figli, ai quali dà la vita. Il Sacerdote, rinunciando a questa paternità ch'è propria degli sposi, cerca un'altra paternità e quasi addirittura un'altra maternità, ricordando le parole dell'Apostolo circa i figli, che egli genera nel dolore (cfr. 1Cor 4,15; Gal 4,19). Sono essi figli del suo spirito, uomini affidati dal buon Pastore alla sua sollecitudine. Questi uomini sono molti, più numerosi di quanti ne possa abbracciare una semplice famiglia umana. La vocazione pastorale dei Sacerdoti è grande e il Concilio insegna che è universale: essa è diretta verso tutta la Chiesa (cfr. «Presbyterorum Ordinis», 3, 6, 10, 12) e, quindi, è anche missionaria. Normalmente, essa è legata al servizio di una determinata comunità del Popolo di Dio, in cui ognuno si aspetta attenzione, premura, amore. Il cuore del Sacerdote, per essere disponibile a tale servizio, a tale sollecitudine e amore, deve essere libero. Il celibato è segno di una libertà, che è per il servizio. In virtù di questo segno il sacerdozio gerarchico, ossia «ministeriale», è - secondo la tradizione della nostra Chiesa - più strettamente «ordinato» al sacerdozio comune dei fedeli.
Prova e responsabilità
9. Frutto di equivoco - se non proprio di malafede - è l'opinione spesso diffusa, secondo cui il celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica sarebbe semplicemente un'istituzione imposta per legge a coloro che ricevono il sacramento dell'Ordine.
Tutti sappiamo che non è così. Ogni cristiano che riceve il sacramento dell'Ordine s'impegna al celibato con piena coscienza e libertà, dopo una preparazione pluriennale, una profonda riflessione e una assidua preghiera. Egli prende la decisione per la vita nel celibato solo dopo esser giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo «dono» per il bene della Chiesa e per il servizio degli altri. Solo allora s'impegna ad osservarlo per tutta la vita. E' ovvio che una tale decisione obbliga non soltanto in virtù della legge stabilita dalla Chiesa, ma anche in virtù della responsabilità personale. Si tratta qui di mantenere la parola data a Cristo e alla Chiesa. Il mantenimento della parola è, insieme, dovere e verifica della maturità interiore del sacerdote, è l'espressione della sua dignità personale. Ciò si manifesta in tutta la sua chiarezza, quando il mantenimento della parola data a Cristo, attraverso un consapevole e libero impegno celibatario per tutta la vita, incontra difficoltà, viene messo alla prova, oppure è esposto alla tentazione, tutte cose che non risparmiano il Sacerdote, come qualunque altro uomo e cristiano. In tale momento ciascuno deve cercare sostegno nella preghiera più fervente. Deve, mediante la preghiera, ritrovare in sé quell'atteggiamento di umiltà e di sincerità riguardo a Dio e alla propria coscienza, che è appunto la sorgente della forza per sorreggere ciò che vacilla. E' allora che nasce una fiducia simile a quella che san Paolo ha espresso con le parole: «Tutto io posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13). Queste verità sono confermate dall'esperienza di numerosi Sacerdoti e provate dalla realtà della vita. L'accettazione di esse costituisce la base della fedeltà alla parola data a Cristo e alla Chiesa, che è in pari tempo la verifica dell'autentica fedeltà a se stesso, alla propria coscienza, alla propria umanità e dignità. A tutto ciò bisogna pensare soprattutto nei momenti di crisi, e non già ricorrere alla dispensa, intesa quale «intervento amministrativo», come se in realtà non si trattasse, al contrario, di una profonda questione di coscienza e di una prova di umanità. Dio ha diritto a tale prova nei riguardi di ciascuno di noi, se è vero che la vita terrena è per ogni uomo un tempo di prova. Ma Dio vuole parimenti che usciamo vittoriosi da tali prove, e ce ne dà l'aiuto adeguato.
Forse, non senza ragione, occorre qui aggiungere che l'impegno della fedeltà coniugale, derivante dal sacramento del matrimonio, crea nel suo ambito obblighi analoghi, e che talvolta esso diventa un terreno di analoghe prove ed esperienze per gli sposi, mariti e mogli, i quali pure in queste «prove del fuoco» hanno modo di verificare il valore del loro amore. L'amore, infatti, in ogni sua dimensione non è soltanto chiamata, ma anche dovere. Aggiungiamo, infine, che i nostri fratelli e sorelle legati dal matrimonio hanno il diritto di aspettarsi da noi, Sacerdoti e Pastori, il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla vocazione fino alla morte, fedeltà alla vocazione che noi scegliamo mediante il sacramento dell'Ordine, come essi la scelgono mediante il sacramento del matrimonio. Anche in questo ambito e in questo senso dobbiamo intendere il nostro sacerdozio ministeriale come «subordinazione» al sacerdozio comune di tutti i fedeli, dei laici, specialmente di coloro che vivono nel matrimonio e formano una famiglia. In tal modo, noi serviamo «per edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,12); altrimenti, anziché cooperare alla sua edificazione, ne indeboliamo la spirituale compagine. Con questa edificazione del corpo di Cristo è strettamente collegato l'autentico sviluppo della personalità umana di ogni cristiano - come anche di ogni Sacerdote - che si realizza secondo la misura del dono di Cristo. La disorganizzazione della compagine spirituale della Chiesa non favorisce certamente lo sviluppo della personalità umana e non costituisce la sua giusta verifica.